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dicembre 23, 2009

LO SGOMBERO DI VIA RUBATTINO:LA VERGOGNA DI MILANO

Filed under: rassegna stampa — ldvscuola @ 2:21 pm
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Recensione da Famiglia Cristiana

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Famiglie divise, bambini lasciati soli, alunni cacciati da scuola.

Ma un’intera comunità di mamme e maestre si è ribellata.

«Ogni sgombero è una devastazione, ma questo… questo è stato l’apoteosi». Domenica 22 novembre, ore 16. Saveria, volontaria dell’associazione Naga, parla sul sagrato della chiesa di Sant’Ignazio, nel quartiere Feltre di Milano, palazzoni di mattoni rossi che corrono fino al parco Lambro e all’Ortica, l’antico borgo popolare cantato da Iannacci. Saveria assiste gli ultimi rom che hanno trovato rifugio nella notte sotto le volte della chiesa mentre raccolgono i loro stracci e si dissolvono nel pomeriggio piovigginoso. Lo sgombero è al numero 166, quello di via Rubattino, periferia est, un campo nomadi sorto in mezzo alle cattedrali gigantesche e spettrali delle vecchie fabbriche dismesse della Milano degli anni ’70: la ex Maserati, l’Innse (già Innocenti), la ex Enel. Proprio in quest’ultima area 250 rom vivevano tra cemento, immondizia e topi, senza luce e acqua. La metà erano minori.

Di questi però, 36 erano inseriti nelle scuole medie ed elementari della zona grazie al lavoro di accompagnamento iniziato dalla Comunità di Sant’Egidio. Un progetto che aveva dato risultati straordinari. Praticamente l’intera comunità scolastica si era affezionata a quei bambini. Dieci avevano frequentato con ottimi risultati già lo scorso anno, sempre assistiti dai volontari della comunità fondata da Andrea Riccardi.

Lo sgombero 166 era stato largamente annunciato. Nelle scuole genitori e maestre avevano organizzato raccolte di firme, c’era stata una fiaccolata per auspicare una soluzione. Il Consiglio di zona aveva approvato una mozione per assicurare ai bambini la continuità didattica. Via Rubattino era una specie di gorgo metropolitano di cemento e immondizia dove finivano i rom cacciati dagli altri campi. Ci vivevano uomini e topi e andava smantellato. Ma il problema dello sgombero è che funziona come lo scoperchiamento di un formicaio: se non hanno alternative i rom scappano, vagano senza meta per le periferie, poi magari finiscono in un altro campo fino al prossimo sgombero.

Quel giovedì 19 novembre alle 7.30 del mattino arriva la colonna con le ruspe del Comune, le auto dei vigili e i blindati dei poliziotti in assetto antisommossa. I nomadi hanno mezz’ora per raccogliere le loro cose. Poi li radunano, mentre le baracche vengono rase al suolo. I cingoli passano sugli zainetti, i quaderni, le bambole di pezza.

A scuola ci si rende conto che il momento è arrivato. Alcune maestre si precipitano in via Rubattino, pigliano per mano i bambini, raccolgono quel che resta di zainetti e quaderni e se li portano in classe. Altri scolari, troppo impauriti, restano con i genitori. Giuseppe, un pensionato volontario che accompagnava a scuola come un nonno ogni giorno due di quei bambini, è impietrito, livido dalla rabbia e dal dolore.

Forse in Romania, o sotto un ponte

Quella mattina, nella classe di Marina, la V B, c’è un banco vuoto. A scuola regna una strana atmosfera di curiosità e nervosismo. Nelle varie classi ci sono solo 10 dei 36 bambini rom che non perdevano un solo giorno di scuola. Ecco quello che ha scritto Marina in un tema: «Oggi, 19 novembre, siamo arrivati in classe e la maestra era triste, poi ci ha spiegato che questa mattina è stato raso al suolo il campo dove viveva una nostra compagna di nome Roberta».

Marina non la rivedrà più, scomparsa per sempre, forse in Romania, forse sotto un ponte, forse a chiedere la carità in metropolitana. «Abbiamo pianto per molto tempo», scrive Carlo. Quei temi, proposti dalle maestre per allentare la tensione che si è impadronita dei bambini, oggi sono atti d’accusa: «Voi il problema l’avete solo spostato ma non l’avete risolto perché invece che dirgli “arrangiatevi” avreste dovuto offrirgli un altro posto dove andare», ha scritto Fulvio. Dice Francesca , mamma di Matteo: «Mio figlio, dopo un’iniziale diffidenza, si era molto legato alla sua compagna rom. Lei era anche venuta alla sua festa di compleanno. Andava pazza per i cavalli. Giocavano molto insieme. Ora è scomparsa nel nulla e io non riesco a dare risposte a mio figlio».

Una grande rete di solidarietà

Il Comune di Milano, come da prassi, offre letti nel dormitorio pubblico solo per madri e figli. Gli uomini se ne devono andare e basta. Ma stavolta c’è un ” salto di qualità” agghiacciante. I funzionari dell’assessorato comunale alle Politiche sociali, guidato da Mariolina Moioli, fanno sapere alle famiglie e ai volontari che il posto c’è, se vogliono, ma solo per le donne con bambini fino a sette anni. E quelli più grandi? «Possono andare in “comunità”». Vuol dire in vari orfanotrofi della Lombardia, soli, divisi da padre e madre. La proposta viene fatta in coincidenza della Giornata per i diritti dell’infanzia. Milano l’ha festeggiata così.

Le maestre e le mamme si mobilitano per ospitare almeno i bambini garantendogli la continuità scolastica. Con loro, oltre al Naga, a Sant’Egidio e ai Fratelli di San Francesco di padre Clemente, ci sono i padri Somaschi, l’associazione “Bruno Munari”, la Casa della carità di don Colmegna. Si prenderanno cura di molta parte di quell’umanità dolente tenendo unite madri, figli, sorelle. Discrete, si muovono alcune parrocchie. Si organizzano raccolte di coperte, si comprano pane e latte. Alcuni genitori dei compagni di classe si portano in casa quegli scolari sperduti. C’è anche Daniel, un bimbo disabile che frequenta la terza. È figlio di un operaio rimasto in cassa integrazione a zero ore. Perché la particolarità di quei rom è che la maggior parte o ha un lavoro o l’ha perso da poco. Quel giorno Daniel ha pure la febbre. La sua maestra di sostegno non si dà pace. « È arrivato una sola volta in ritardo in classe: il giorno dello sgombero», dice Gisella, madre di un compagno di Daniel.

Gisella se lo è preso in casa: «Era in lacrime perché aveva perso la sua biciclettina, l’unica cosa che aveva». Poi si riesce ad alloggiarlo in una comunità dall’altra parte di Milano. Gisella lo va a prendere tutte le mattine e lo porta in classe, non gli ha fatto perdere un giorno di scuola. Per l’alloggio fino al giorno di Sant’Ambrogio è al sicuro, poi non si sa.

La vergogna di Milano ha quindi prodotto anche dei frutti di umanità. Per la prima volta «si verifica una mobilitazione spontanea dei cittadini a favore dei rom. Addirittura vengono accolti nelle case dei milanesi. Non c’era mai stata una cosa simile», spiega Elisa Giunipero, di Sant’Egidio. Cristina, mamma di Federica, quella sera si porta a casa una compagna di sua figlia, Cristina (come lei), che ha otto anni, e la sorellina Maria, di cinque. « Conoscevo la loro mamma, una persona splendida, non ci ho pensato un attimo, gli ho fatto fare un bagno caldo, abbiamo cenato insieme e ho aperto il divano letto doppio che ho in soggiorno. Erano impaurite, sfinite dall’ansia, poi un po’ si sono calmate», ricorda. Ora Cristina e Maria sono in una struttura dei Francescani, in viale Isonzo. Dei volontari le vanno a prendere tutte le mattine per portarle in uno dei tre plessi della “Morante”.

Una notte in chiesa

Ma non per tutti è andata così. Due terzi dei rom sono scomparsi nel nulla. Compresa una ragazza madre con una bimba di otto mesi. Il vicesindaco Riccardo De Corato è stato implacabile: «Gli abusivi devono capire una volta per tutte che Milano per loro è inospitale. Li seguiremo ovunque, strada per strada, finché non se ne saranno andati via tutti», dichiara. E, infatti, un gruppo di madri con bambini piccoli viene cacciato da un bivacco sotto la tangenziale. Il giorno seguente lo sgombero, dopo un incontro fallito in Prefettura, un gruppo di rom finisce nella chiesa di Sant’Ignazio e vi trova rifugio. La polizia chiede al parroco se deve intervenire. «Qui non si caccia nessuno», risponde don Mario Garavaglia. I rom passano la notte in chiesa. Poi, domenica 22 novembre, se ne vanno, chissà dove. La notte molte mamme e maestre della scuola, come Alessandra, si rigirano nel letto e pensano a quei bimbi, a quelle madri, a quei vecchi, a quegli uomini sotto un ponte, all’addiaccio.

Francesco Anfossi

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