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settembre 19, 2009

Se il ministro dell’istruzione fosse Claudio Cremaschi…

Filed under: 70472 — ldvscuola @ 11:59 am

Recensione Libro

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Ottimo libro quello di Claudio Cremaschi (“Malascuola. Ovvero: se io fossi il ministro e all’Istruzione raddoppierei lo stipendio agli insegnanti”, edizioni Piemme). Innanzi tutto perché è scritto da un uomo di scuola che sa di che cosa parla, che è – per così dire – competente in materia (e di questi tempi non è poco). Poi perché è scritto in maniera chiara, comprensibile anche ai non addetti ai lavori in senso stretto, scritto in italiano e non in sindacalese o politichese. Ultimo e non meno importante perché affronta di petto quelli che sono i problemi reali della scuola italiana.

Si possono condividere o meno le analisi e le proposte di Cremaschi ma non si può negare il fatto che toccano molti punti nevralgici del malfunzionamento del nostro sistema scolastico. Un possibile terreno di confronto dunque su cose concrete, non propagandistico né ideologico.

Ridurre gli sprechi di risorse, reinvestire i risparmi nella scuola. Ma partiamo subito dalla tesi di fondo di Cremaschi. Per migliorare la qualità complessiva del nostro sistema scolastico si può/si deve raddoppiare lo stipendio degli insegnanti (riducendone il numero e introducendo meccanismi di progressione professionale), migliorare la distribuzione del tempo della scuola e allungare il servizio scolastico nel corso dell’anno. Il tutto senza dover recuperare altre risorse finanziarie, aumentare la spesa scolastica (operazione improbabile con i tempi che corrono), senza metterci insomma “un euro in più”. Solo reinvestendo integralmente nella scuola i risparmi derivanti da una razionalizzazione decisa e intelligente. Le risorse recuperate devono cioè rimanere ed essere reinvestite all’interno della scuola per migliorare il servizio (e non servire per ripianare il debito pubblico o altro). La contropartita a tutto questo (e ad un consistente aumento delle retribuzioni dei docenti, non “a pioggia” o sulla base dell’anzianità ma ridefinendo il rapporto contrattuale e professionale), la condizione indispensabile di fattibilità è la soppressione di due o trecentomila posti di lavoro nella scuola. Un’operazione sostenibile, secondo Cremaschi, in quanto nei prossimi dieci anni lasceranno la scuola “spontaneamente” (cioè per effetto del dato demografico, per pensionamento, dimissioni volontarie, ecc.) circa 300 mila insegnanti. Un’occasione storica, dunque, da non perdere.

Cremaschi parte dalla situazione attuale della scuola italiana, caratterizzata dal malfunzionamento e da troppi sprechi. Un numero sproporzionato di insegnanti (il rapporto docenti/alunni più alto d’Europa), dequalificazione progressiva del personale, insensato numero di ore di lezione nelle scuole superiori, eccessivo numero delle materie studiate, mancata valorizzazione delle risorse professionali migliori, sprechi di vario tipo (dal mantenimento dei piccoli plessi al costo dei libri di testo alle gite scolastiche ai privilegi concessi agli insegnanti di religione, ecc.). E immagina un programma di intervento, una sorta di “Piano straordinario per la scuola” in sei punti (se fosse ministro dell’istruzione…) così articolati:

1. Un piano pluriennale di edilizia scolastica, di adeguamento e modernizzazione di edifici, aule e strutture

2. La modifica radicale del rapporto di lavoro dei docenti, che passerebbero da categoria sostanzialmente impiegatizia a corpo professionale selezionato, motivato, con status e riconoscimento economico adeguati

3. La riforma degli ordinamenti in particolare della scuola secondaria superiore (meno indirizzi, percorsi flessibili)

4. Nuove strategie per la riduzione della dispersione e dell’insuccesso scolastico

 5.Sostegno agli studenti capaci e meritevoli e 6. Il finanziamento degli istituti di ricerca.Per realizzare tutto questo non è necessario, sostiene Cremaschi, aumentare la spesa scolastica, è sufficiente risanare, razionalizzare, tagliare gli sprechi (non in maniera indiscriminata, ma mirata,non con la scure ma con il bisturi). La conditio sine qua non è che tutto quello che si risparmia lo si reinvesta nella scuola, per migliorarne appunto il funzionamento. Sul fatto che tali risorse siano sufficienti per attuare una siffatta riforma, così radicale e complessa, abbiamo qualche dubbio, come pure sul fatto che il numero di insegnanti da ridurre perché “in eccesso” e non strettamente indispensabili sia così elevato. Ma se effettivamente vi sono degli eccessi e degli sprechi che è possibile ridurre e contenere, è sacrosanto porvi rimedio. Da lì, indubbiamente, occorre partire.

Meno insegnanti, più valorizzati, meglio pagati

Torniamo dunque ad uno dei punti di partenza di questa analisi, l’eccessivo numero degli insegnanti. Da che cosa lo deduce Cremaschi? Dal fatto che in Italia avremmo il rapporto docenti/alunni più alto d’Europa (20,7 alunni è il dato medio generale, a fronte del 23,5 del valore medio OCSE. Si va dai 18,7 alunni nella scuola primaria, contro i 22 della media OCSE; ai 21,5 della scuola secondaria inferiore quando la media OCSE è 24). L’innalzamento di una sola unità nel numero medio (da 20,7 a 21,7) per classe produrrebbe un risparmio di 16.500 classi. 40 mila unità di personale fra docenti, tecnici, bidelli. Un risparmio di 5 miliardi di euro l’anno. Ora è indubbio che questo è un tasto dolente. Le risposte finora messe in campo dai governi(dall’ultimo governo in particolare) per ridurre il numero dei docenti sono andate nella direzione di tagliare gli organici in maniera indiscriminata, generalizzata. Non è stata attuata una politica accorta di razionalizzazione (delle classi, dei plessi, della rete scolastica) se non in minima parte. Ora non si tratta – sostiene Cremaschi – di sovraffollare le classi oltre il parametro di 25, bensì di incidere su tutte quelle situazioni che sono deboli (la miriade di piccole scuole con classi di 10 alunni o pluriclassi, le situazioni di classi con 18 alunni, i piccoli plessi, ecc.). Cremaschi fa riferimento, a questo proposito, al Quaderno bianco sulla scuola pubblicato dal Ministero dell’Istruzione nel 2007, una delle poche analisi serie e circostanziate che sono state fatte in questi anni. La razionalizzazione possibile. Non abbiamo dubbi sul fatto che gli interventi debbano essere selettivi e molto “mirati”. Vi sono situazioni in cui da tempo è stata attuata una razionalizzazione (i grandi centri urbani, ad es.) ed altre in cui questo non è stato fatto. A Milano quest’anno vi sono classi prime di scuola primaria con 27 alunni per classe e la presenza di alunni con handicap! E’ evidente che il discorso dell’aumento del rapporto del numero alunni/classe non può essere fatto qui, ove sarebbe provocatorio oltre che fuori luogo. Ma è altrettanto indubbio che esistono (e non solo al Sud) situazioni che possono e devono essere corrette. Significativi e precisi gli esempi che porta Cremaschi: quello del plesso scolastico di Breme, provincia di Pavia, con 11 alunni (sic!) e quattro maestri, a distanza di 4-5 chilometri dai comuni vicini, 5-10 minuti di percorrenza. O quello di Lenna, val Brembana, dove c’è una scuola primaria con 18 alunni divisi in due pluriclassi, a distanza di pochi chilometri dal comune di Piazza Brembana. Ma quanti sono i casi di questo tipo sul territorio nazionale?

In alcune realtà territoriali sono stati effettuati interventi di razionalizzazione (basti pensare alla Val di Funes, Sud Tirolo, ove tutti i bambini della valle, da San Pietro a Santa Maddalena, lungo una quindicina di chilometri, vanno a scuola a Chiusa, con un efficiente servizio di trasporto, anche d’inverno e con la neve), ma in molte altre? Certo, non si può generalizzare (concordiamo con Cremaschi), vi sono situazioni in cui non è oggettivamente possibile, vedi alcuni paesi di montagna o le piccole isole, ma in quanti altri casi si potrebbe fare?

Ripensare il tempo scuola, rivedere orari e calendario scolastico

Un’altra riduzione del numero dei docenti si potrebbe ottenere secondo Cremaschi riducendo il numero delle ore di lezione nelle superiori (es. meno indirizzi, meno insegnanti ITP, ecc.) o riducendo le ore di compresenza nella scuola di base (Cremaschi parla di “un eccesso di compresenze tra i maestri della primaria”). E qui non siamo del tutto d’accordo. In questo caso si può notare che il nostro ha un’esperienza di preside di scuola secondaria ma che non conosce a fondo la scuola primaria e la sua storia. Qui, nei Tempi pieni, come abbiamo più volte scritto, le compresenze dei docenti non sono un “di più”, costituiscono invece un tratto di qualità, quello che può “fare la differenza”. Si tratta infatti delle ore in cui è possibile svolgere proprio quelle attività che hanno da sempre caratterizzato le esperienze innovative di Tempo Pieno (classi aperte, laboratori, gruppi classe per livelli di apprendimento, ecc.). Certo, sappiamo benissimo che non è così ovunque e che in molti casi oggi le compresenze sono sottoutilizzate o addirittura sprecate. Non a caso abbiamo proposto di assegnare il doppio organico docenti (compresenze incluse) solo a quelle scuole che presentano un Progetto di scuola – verificabile e controllabile – che prevede anche un utilizzo didattico-organizzativo delle stesse (in assenza di questo, è sufficiente un organico tale da “coprire” le 40 ore di tempo scuola, senza compresenze).

E, in ogni caso, vale il principio di fondo affermato (anche) da Cremaschi: il Ministero assegni ad ogni scuola il numero di insegnanti necessari sulla base di fattori standard (numero alunni, numero di quelli svantaggiati, tempo scuola erogato, ecc.) e poi siano le scuole stesse a decidere, autonomamente e responsabilmente (fissati alcuni criteri generali) le modalità di utilizzo sul piano didattico e organizzativo.

Da prendere in seria considerazione l’idea di Cremaschi – sempre per quanto riguarda la scuola primaria – di rivedere l’orario delle maestre riportandolo a 24 ore settimanali di lezione (le ore di programmazione non spariscono, rientrerebbero nella attività funzionali), in modo da avere più e non meno ore di compresenza in classe. Come pure l’ipotesi di ripensare l’attività di assistenza nell’orario mensa fuori dall’orario cattedra.  O ancora la necessità di ripensare complessivamente l’orario di servizio dei docenti (che comprende non solo le ore di lezione ma anche tutta una serie di attività di tipo non “frontale”, “non di aula”, estremamente importanti). Una sorta di full time, più impegnativo certo ma pagato il doppio (e comunque con la possibilità anche del part time). Valutare gli insegnanti per valorizzare i migliori .Sfondano porte aperte le considerazioni di Cremaschi sull’attuale mancanza di progressione di carriera. Il fatto cioè, come abbiamo più volte scritto anche noi su Scuolaoggi, che è profondamente ingiusta e non più sostenibile una situazione in cui tutti gli insegnanti sono considerati uguali, insegnanti con lo stesso stipendio, lo stesso status, lo stesso ruolo, quando si sa benissimo che ci sono tanti ottimi insegnanti e altrettanti pessimi, incompetenti o comunque con un diverso e minore impegno.

La necessità improrogabile quindi di differenziare la categoria in base alla valorizzazione della professionalità: da una parte una progressione economica professionale collegata con il “cuore” del mestiere, l’attività di insegnamento – e quindi con il riconoscimento del merito – dall’altra un’articolazione della funzione docente che preveda anche ruoli diversi, ad es. le figure di sistema. Le proposte di Cremaschi (tre livelli di carriera: docente junior, docente esperto e docente senior o master) e le modalità individuate (valutazione che si basa sulla quotidianità del lavoro docente, mix di criteri e soggetti valutatori, il fatto che anche il dirigente scolastico abbia “voce in capitolo” e che in primis sia anch’esso valutato, ecc.) possono costituire un’ottima base di discussione. Ma sulla valutazione abbiamo già scritto, in questo senso. Così pure sono interessanti altre proposte di Cremaschi, quali ad esempio quella di spalmare su più settimane il tempo curricolare annuo (la scuola potrebbe funzionare almeno dal 1 settembre al 30 giugno, come in molti Paesi europei, con un orario scolastico annuo distribuito non più su 33 settimane ma su 40). L’orario complessivo annuo è inalterato. E’ solo distribuito in un periodo più lungo. La settimana scolastica dura cinque giorni anziché sei (5 ore al giorno per 5 giorni la settimana, per la scuola secondaria, una riduzione del tempo scuola settimanale a favore di una distribuzione lungo l’anno). Le ore annue non cambiano per gli studenti. E i docenti sono, in ogni caso, in servizio. Cremaschi delinea insomma una riorganizzazione complessiva del tempo scuola, del calendario scolastico, dell’orario di servizio dei docenti. Tutti questi elementi, questi interventi di razionalizzazione dovrebbero portare ad un consistente risparmio di risorse, oggi male utilizzate. Questo consentirebbe di aumentare considerevolmente lo stipendio agli insegnanti (addirittura di raddoppiarlo). Una scuola dunque con meno docenti ma meglio valorizzati (selezione, formazione, carriera, tempo pieno, ecc.), meglio pagati e con un maggior riconoscimento sociale. Cose non dissimili – si potrebbe osservare – da quanto sostengono anche Gelmini e Tremonti. Ma il punto sta nel come si arriva a questo risultato, con quali obiettivi, con quali modalità, con quali tempi. Non è indifferente, anzi. Il problema, anzi i problemi esistono. Inutile negare l’evidenza. Si tratta di avviare un serio dibattito e di fare proposte concrete, realistiche. Cremaschi ci ha provato. I nodi infatti sono quelli. Ma non se ne farà nulla e Cremaschi non sarà mai, come lui stesso afferma alla fine del libro, ministro dell’Istruzione!

Gianni Gandola

www.scuolaoggi.org

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