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novembre 21, 2008

Dietro i tagli c’è un disegno di superamento della scuola della Repubblica

Filed under: in difesa della scuola pubblica,rassegna stampa — ldvscuola @ 8:18 pm
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Una risposta all’articolo di Angelo Salvo , sempre su www.scuolaoggi.org

Angelo Salvo forse non è un Demonio Dannato ma certamente un ammiratore o un cortigiano della Gelmini.
Non è una prestazione da poco coprire di insulti centotrentamila italiani che saranno privati del lavoro e diversi milioni di cittadini utenti della scuola e di operatori indignati per le scelte sciagurate di politica scolastica operate da questo governo.

Ma le arroganti fesserie che racconta non meritano a mio parere una risposta.
Invece che alle battute dell’Angelo Salvo di Maria Stella rivolte contro Santoro e Floris, che come è noto non sono dei luminosi fari di giornalismo anglosassone come Fede, Belpietro e Renato Farina, oppure contro le “maestre accese di bruciante furore pedagogico”, gli” studenti saputelli dal libretto immacolato”, i “professori stropicciati ma fieri del loro polveroso passato barricadiero”, i“vecchi presidi inquieti ancorché in quiescenza”, le “pasionarie stropicciate ma indomite in preda ad un’estasi pedagogica devastante” e le “suffragette fresche di supplenza, terrorizzate all’idea di perdere il posto”, mi sembra più utile dedicare una opportuna riflessione al ruolo che hanno finora avuto in questa vicenda autorevoli editorialisti e intellettuali che si sono schierati favore delle scelte della Gelmini e di Tremonti.

I vari Galli della Loggia, Panebianco, Ricolfi, Israel, e compagnia cantando spesso praticamente in esclusiva, senza alcuno spazio per un confronto o per un dibattito, si sono impegnati (ma Berlusconi non se n’é accorto) sui più diffusi quotidiani nazionali, che una volta venivano definiti confindustriali e che sono comunque rimasti dalle parti di Emma Marcegaglia, non solo per sostenere aspetti importanti, ma comunque secondari se presi isolatamente, quali il “maestro unico” o “l’attacco al tempo pieno”, ma per teorizzare e difendere una ipotesi radicale di superamento della scuola pubblica cosi come è stata disegnata dalla Costituzione e realizzata sia pur con ritardi e gravissime carenze, nel nostro paese.
Le argomentazioni a sostegno del superamento della scuola della Costituzione sono note. Sprechi, inefficienze e improduttività culturale rappresentano i connotati dominanti e ormai irreversibili e irriformabili presenti in ogni ordine e grado della scuola di Stato. Unica ricetta di fronte a tale disastro è lo smantellamento di tale istituzione napoleonica ed obsoleta e la messa in concorrenza con il privato di quello che ne resterebbe in piedi con un cambio radicale e di sistema.
Caratteristica comune di questi interventi a sostegno di tale precettistica, oltre all’approssimativa conoscenza della scuola reale, è l’assoluta carenza di analisi storica delle vicende che hanno caratterizzato la vita del nostro paese. Tutto il conflitto sociale che si è sviluppato per decenni in Italia intorno al diritto all’istruzione delle classi lavoratrici e dei settori più emarginati della nostra società, viene ignorato e rimosso e in sua vece si presentano ridicole e fantasiose ricostruzioni storiche in cui il sindacato e la sinistra diventano i protagonisti assoluti e le cause principali delle distorsioni e dei gravi ritardi che caratterizzano il nostro sistema di istruzione.
Si ignorano tutte le tappe e le vicende che hanno caratterizzato in Italia il progressivo affermarsi della scuola e dell’istruzione di massa e il fatto che questa non è stata ottenuta per gentile concessione di lorsignori. Ci sono volute lotte organizzate e sacrifici molto seri per ottenere ad esempio la scuola media unificata, la nascita e la diffusione della scuola materna, il tempo pieno nella scuola elementare e nella scuola media e la diffusione capillare dell’istruzione secondaria superiore. Quei cinque insegnanti della CGIL Scuola dilaniati dalla bomba fascista (il 28 maggio del 1974 provocò otto morti e più di 100 feriti) a Piazza della Loggia, forse la bresciana Gelmini non lo sa, erano “insegnanti sessantottini” che lottavano per una scuola democratica aperta alle classi popolari. Si battevano per una scuola di massa e qualificata. Perlomeno Giorgio Israel che curò con Lucio Lombardo Radice la redazione postuma del bel libro di Storia del pensiero scientifico di uno dei caduti, Alberto Trebeschi, dovrebbe ricordarlo.
Il tentativo di dequalificazione di queste conquiste è stata sempre la risposta delle classi dirigenti e del sistema di potere dominante. La dequalificazione della scuola pubblica se vogliamo raccontare la storia vera di questo paese non è mai stata un obiettivo, sia pur involontario della sinistra e del movimento sindacale, ma la risposta di chi si opponeva al cambiamento per interessi di conservazione sociale (vi ricordate nell’Italia del dopoguerra che cosa era la conservazione sociale?) o di restaurazione di quella scuola ideologica e confessionale spazzata via dallo Stato unitario ma sempre riproposta a partire dalle mai sconfessate invettive del Sillabo di Pio IX.
La ricetta scolastica del Piano di Rinascita democratica di Licio Gelli e le reiterate pretese di un finanziamento statale della scuola privata, ancorché paritaria, per soddisfare una presunta libertà( con oneri per lo Stato) di scelta delle famiglie, non contemplata dalla Costituzione, ispirano la reincarnazione odierna di quelle concezioni reazionarie e conservatrici.
Ricordiamo che nel 1982 il Piano di Gelli denunciava lo sviluppo della scuola di massa come causa che produceva un numero di diplomati e laureati superiori agli sbocchi lavorativi con la conseguenza di una forte e pericolosa disoccupazione intellettuale. Si faceva discendere tale stato di fatto da una spinta all’egualitarismo assoluto (il Piano glissava sulle responsabilità del ‘68 ma l’obiettivo, che oggi la Gelmini ha esplicitato, era già evidente e sotteso a tutte le formule, anche quelle più mascherate, contenute nel Piano). Egualitarismo che sarebbe stato“contro la Costituzione(?) che vuole tutelare il diritto allo studio superiore per i più meritevoli) e, con la delusione del non inserimento, il rifugio nella apatia della droga oppure nell’ideologia dell’eversione anche armata”.
Il rimedio, secondo Gelli, consisteva “nel chiudere il rubinetto del preteso automatismo: titolo di studio = posto di lavoro; nel predisporre strutture docenti valide; nel programmare, insieme al fenomeno economico, anche il relativo fabbisogno umano; ed infine nel restaurare il principio meritocratico imposto dalla Costituzione. Ciò si consegue anche con l’ abolizione della validità legale dei titoli di studio (per sfollare le università e dare il tempo di elaborare una seria riforma della scuola che attui i precetti della Costituzione)”.

Non è possibile derubricare i Decreti legge finora approvati sulla scuola come semplici strumenti di una politica esclusivamente finalizzata al conseguimento della riduzione della spesa pubblica attraverso pesanti tagli al bilancio dello Stato. Una politica che secondo alcuni, anche nello schieramento democratico, sarebbe priva di una strategia riformatrice reazionaria.
Il Piano del Governo Berlusconi contro la scuola della Repubblica esiste sul serio e ha il chiaro ed esplicito appoggio della Confindustria e di larghi settori della Conferenza Episcopale Italiana.
Gli editorialisti e gli intellettuali di servizio hanno compreso e sostenuto questa strategia. Si rileggano i loro articoli.
Essa postula la necessità di porre fine alla scuola della Costituzione quella che obbliga la Repubblica ad istituire scuole statali di ogni ordine e grado aperte a tutti.
Al suo posto, come prevede il progetto di legge n. 935 presentato dal Presidente della VII Commissione della Camera, on. Aprea, si vuole sostituire una scuola istituita dalle famiglie, alle quali ci si propone di distribuire, con un bonus capitario e con l’ausilio di un preannunciato federalismo fiscale, la quasi totalità dell’attuale stanziamento che il Bilancio dello Stato destina all’istruzione(Art.11).
L’attacco odierno alle strutture materiali della scuola statale a partire dalla cancellazione di 130 mila posti di lavoro, rappresenta la precondizione affinché la scuola dei privati possa diventare competitiva sul mercato dell’istruzione. La scuola dei privati, perché tale è la maggior parte della scuola paritaria, non è scuola pubblica, come erroneamente si sostiene da più parti, ma svolge, per la legge 62/2000, solo una funzione pubblica ed in quanto erogatrice di titoli di studio equipollenti a quelli forniti dalle scuole statali fa parte del sistema nazionale di istruzione.
Si è verificato in questi anni che con la semplice erogazione dei bonus (molto consistenti nella scuola per l’infanzia),come ampiamente sperimentato in molte regioni, non si riesce ad intaccare la scelta della maggioranza delle famiglie a favore della scuola statale.

Di qui la decisione, sicuramente non improvvisata anzi per alcuni aspetti oggi assimilabile ad un autentico e programmato colpo di mano, del Governo di portare un affondo mai tentato nel passato, cogliendo la congiuntura e la motivazione del risanamento finanziario. Il richiamo in materia al governo Prodi rappresenta un falso storico inaudito ed è un peccato che alcuni settori della sinistra radicale lo accreditino solo per coprire loro scelte e parole d’ordine sbagliate del passato contro l’autonomia scolastica e la stessa legge di parità. Si deve considerare con maggiore attenzione a mio parere che il taglio degli organici si realizzò con il governo Prodi essenzialmente con un modesto aumento del numero degli alunni per classe e fu accompagnato, è bene ricordarlo sempre, con il varo di un piano triennale per 150 mila nomine a tempo indeterminato per eliminare totalmente il fenomeno del precariato. Questa impostazione è la cartina di tornasole che verifica la finalità di una politica: chi vuole smantellare la scuola pubblica non assume i precari in servizio coprendo tutti i posti vacanti e soprattutto non riporta dentro l’ordinamento della scuola secondaria superiore l’istruzione tecnica e quella degli istituti professionali di Stato.
Oggi invece, nel Piano previsto dalla legge 133/08, la riduzione dell’organico parte dall’obiettivo dell’aumento del rapporto alunni/insegnanti e si rivolge, con una delegificazione di dubbia costituzionalità, a tutto l’ordinamento degli studi . Si tratta di una delega globale quanto indeterminata nei contenuti e nelle finalità che invece dovrebbero essere ben individuati nella legge che autorizza i processi di delegificazione. Essa prevede la riduzione del tempo scuola a tutti livelli. A partire dall’attacco alla scuola materna spinta all’offerta di un servizio mattutino dimezzato che la metterebbe, con il sistema dei buoni scuola, inevitabilmente fuori mercato. A seguire con la vetero ricetta del maestro unico a cui si dovrebbe affiancare provvisoriamente, come diversivo fumogeno, qualche sorta di doposcuola. L’operazione si sviluppa nella scuola secondaria di primo grado in cui scende l’orario settimanale delle lezioni, se ne mortifica l’asse culturale con un incredibile e mai discusso accorpamento della matematica e delle scienze naturali con l’educazione tecnologica e in cui si ridimensiona e in parte si sopprime il tempo prolungato. Si completa con un intervento nella scuola secondaria superiore la cui unica evidente intenzione innovatrice è quella di accorpare gli orari delle cattedre e le più disparate classi di concorso riducendo non solo la sovrapposizione degli indirizzi nell’istruzione tecnica e professionale ma soprattutto la diffusione sul piano territoriale di questo fondamentale settore dell’istruzione secondaria superiore.
Ovviamente in questo settore si riprende in considerazione l’asse strategico, su cui si fondava la linea morattiana di privatizzazione della scuola statale, consistente nel trasferimento alle Regioni e loro tramite ai privati di un largo segmento dell’istruzione professionale di Stato.
L’iniziativa di lotta sviluppata contro i decreti legge della Gelmini è destinata a proseguire, soprattutto fuori dalle scuole, nei mercati, nelle fabbriche e negli uffici, e in forme e contenuti nuovi ed altrettanto incisivi. Ci sono le leggi ma mancano i regolamenti e questi potrebbero non avere la vita facile. Poi ci potrebbe essere anche un Referendum.

Osvaldo Roman (da www.scuolaoggi.org)

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