Genitori Preoccupati Scuola Leonardo da Vinci

novembre 11, 2008

Lettera da una maestra

Filed under: dalle insegnanti,riforma e pedagogia — ldvscuola @ 8:00 am
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Un tempo pieno di vita
La magia e le difficoltà del lavoro quotidiano nel racconto di un’insegnante

insegnare1In tempi bui possono succedere miracoli. Più di quanto ci aspettiamo. Ho imparato questa cosa da quando sono maestra. Le donne che accompagnano la crescita di bambine e bambini come madri, educatrici o insegnanti lo sanno bene. Sanno che sintonizzarsi con l’infanzia aiuta ad aprire tutti i sensi e rende più intelligenti. Sanno anche che non viene sempre facile sintonizzarsi, che le influenze, le economie dei mondi che contano agli occhi dei più – quello politico, quello ministeriale, quello del mercato – sottraggono ascolto, pazienza e intelligenza. Bisognerebbe perciò stare attenti alle “mosse” che si fanno: donne, bambine e bambini reagiscono.
Per tutta la settimana non abbiamo avuto luce in classe, causa lavori in corso per la ristrutturazione dell’edificio. La nostra aula spaziosa è troppo buia per far stare le bambine e i bambini ai soliti posti nel banco, in più la mia vista non è più quella di una volta, ho dovuto aiutarmi come potevo. Il primo giorno, per prendere tempo, ho detto: “Mettetevi tutti qua, vicino alla finestra con le sedie, inizieremo dalla lettura”. Intendevo la lettura di un libro che faccio di solito alla fine delle mie ore. Qualcuno ha portato anche quello che aveva scelto dalla biblioteca di classe. Quando ho finito di leggere il capitolo, Gaia ha proposto di leggere dei brani dal suo. La cosa ci ha preso la mano e abbiamo dato vita a una sorta di maratona della lettura. Via una, sotto un’ altra o un altro. C’è chi ha introdotto Rasmus, della Lindgren, che vagabondava per le strade della Scandinavia, chi cercava di impressionare e fare ridere con Stilton, chi ci accarezzava con la poesia delle pagine di Carpi. Era evidente a tutti che se si leggeva bene, si incantava di più. Ahmed ha proposto di proseguire il giorno dopo. Io ho colto l’occasione al volo: ciò che traghetta verso nuove competenze va sempre incoraggiato. Alcuni si sono voluti preparare a casa, in modo che il brano scelto fosse presentato al meglio. E, da allora, ogni giorno, ci ritroviamo vicino alla finestra, con la candela appoggiata per terra, a lato di chi legge, e la voce della lettrice o lettore di turno che ci cattura. Gaia stamattina si è avvicinata, con il suo solito fare felpato e un po’ circospetto, e sottovoce mi ha detto: “È bellissimo leggere”.
La relazione nei luoghi di lavoro: qualcuno, l’altro giorno, ha paragonato la collaborazione e la cooperazione delle maestre alla qualità totale che certe aziende perseguono. Forse non sapeva di cosa stava parlando. La scuola primaria funziona bene non perché specula sul desiderio e sulle capacità di relazione, facendoli diventare mezzi produttivi e merci, non perché trasforma gli esseri umani in risorse per il profitto. La scuola primaria funziona bene perché accetta il gioco imprevedibile e incomparabile dello scambio umano: le donne che qui lavorano si aiutano, si rendono disponibili, hanno uno scambio con le colleghe, anche con chi è molto distante dalle proprie scelte di vita. Perché lo fanno? Perché sanno che per stare in relazione con le bambine e i bambini non c’è altra via: c’è bisogno di sostenersi, di rimpiazzarsi quando accadono i guai, di condividere il senso degli accadimenti. E le bambine e i bambini ti chiamano a partecipare a questa relazione, ad ascoltare le loro esistenze, prima di qualsiasi apprendimento tu voglia perseguire. Costruire sapere ed esperienze assieme a loro: ha funzionato per tutti così, ma sembra che sia più facile dimenticarsene. I bambini e le bambine sono esseri umani particolarmente impegnativi, per i bisogni che hanno e per il fatto di essere in una fase dell’esistenza in cui dipendono ancora da noi grandi. Possono stare molto bene, ma anche molto male. E quando stanno male o hanno bisogni particolari, e questo succede anche quando stanno bene, è necessario che ci sia più di una persona per rispondere, per fare qualcosa. Il bambino dagli occhi verdi ha avuto un’altra crisi: non voleva dipingere, non voleva nemmeno andare nell’aula di pittura. Maria Carla, la mia collega, era già pronta con tutte le altre e gli altri in corridoio, pennelli nelle mani e grembiuli più o meno allacciati. Tutti, tranne il bambino dagli occhi verdi, che girava solo tra i banchi e riordinava le sedie con grande precisione. Ai richiami continuava a rispondere a bassa voce: “Io non ci vengo, non voglio”. Abbiamo preso la decisione velocemente, non senza inquietudine: lei è andata, io sono rimasta per capire cosa gli stesse succedendo. “Sono stanco, ho voglia di giocare.” Gli propongo di fare un puzzle assieme. L’idea mi viene perché, giorni prima, lo avevo visto sorridendo farne uno insieme ad altri due compagni, dopo aver finito un compito che gli era costato un’immane fatica. Ci sediamo fianco a fianco e iniziamo: è un puzzle di Aladin. Ricostruiamo con pazienza. Lui se la cava benone, io mi rilasso, e anche lui si distende man mano che la figura prende forma dal disordine. Mi affascina questo suo desiderio di ricomporre. Riesce a esprimere comunque qualcosa di sé, ma attraverso il gioco. E sono contenta di non avere schiacciato sull’acceleratore delle reazioni. Mi ritrovo così a giocare per un’ora con quel bambino che, da quando è iniziato l’anno scolastico, sta lottando con la scrittura e con me, che sono la sua maestra di italiano. Mi rimane la preoccupazione di avere lasciato Maria Carla da sola: la pittura con ventiquattro bambini è un’opera titanica. Ma so che lei capirà. Mi ritrovo a pensare alle intenzioni del ministero: ridurci ai minimi termini, alla solitudine. Lasciarci da sole, dopo aver sperimentato per anni il senso della responsabilità condivisa. Come minimo c’è l’altro, il bambino di cui ti occupi, ma nella scuola fino a oggi ci sono sempre state anche le altre, le adulte con cui scambiare e con le quali la tua sensibilità e la tua intelligenza vengono messe in circolo, sostenute, amplificate. Perché allora pensare che due insegnanti siano troppo per lo Stato e un fattore disorientante per l’infanzia? Momenti di tensione oggi, durante la riunione settimanale. Ho manifestato la mia preoccupazione per Victor che, arrivato l’anno scorso in Italia, continua a non decollare nella scrittura e nella lettura. Nella nostra classe, su 25 bambini, dieci hanno problemi con la grammatica. Si muovono in un mondo disarticolato di suoni e segni, con grandi fatiche. Mi chiedo se sto facendo tutto quello che posso, che devo fare. Una collega di un’altra classe, ha scelto la strada della diagnosi e della cura del presunto disturbo: due bambini sono stati dichiarati dislessici, uno, disortografico. Altri cinque sono in osservazione. Molte di noi insegnanti condividono l’ansia e i dubbi per ciò che sta capitando, ma non tutte concordano con la soluzione della collega, per questo è nata la discussione. Io non so se sia vero che i bambini di oggi abbiano problemi più che in passato nell’apprendimento della lingua italiana, ma di sicuro noi maestre abbiamo problemi sul come leggere la questione. Parlare di problemi di linguaggio in modo così diffuso, sapendo che la lingua è pensiero e modo di stare al mondo, cosa significa? Dire a tanti bambini, anche stranieri, tu sei dis- – gli esperti questo fanno – sapendo che dis- significa separazione, dispersione, opposizione, sta forse a indicarci una frattura tra noi, l’infanzia e la lingua, cioè tra noi e la comprensione di come stanno andando le cose? Altre parole con quel prefisso si potrebbero dire: dispiace o discúlpame, per esempio, a riconoscere che per il momento non sappiamo cosa fare e pensare. Un mondo disarticolato di relazioni. Forse è questo che sta dietro a tutto, al fatto che si dimentichino doppie, accenti, apostrofi e che molti bambini, italiani e stranieri, finiscano per essere considerati affetti da un disturbo dell’apprendimento. E non riesco a immaginare quale sarà il contraccolpo, nel rapporto con la lingua, per tutte le bambine e i bambini che stanno facendo già ora così fatica.
Un altro momento di grazia è capitato oggi, sul finire di una giornata difficile, in cui sia il bambino dagli occhi verdi sia io abbiamo attraversato vari momenti di crisi. Maria Carla era venuta con la chitarra, per provare il benvenuto alla bambina romena che arriverà domani. A casa le aveva preparato un cartellone con il suo nome e un augurio. Gusto estetico e capacità canore decisamente buone le sue, sufficienti le mie, ma ci compensiamo. Abbiamo cantato le nostre canzoni più belle. Ci stiamo dividendo i compiti: io mi sto occupando di Victor, lei si concentrerà su questa nuova compagna di viaggio. Il momento più piacevole è stato proprio quello del canto: c’erano sintonia e affiatamento, si sentiva. Una cosa semplice, ma che faceva sorridere un po’ tutti. Sul più bello è entrata Teresa, la collega un po’ magica che sta per andarsene in pensione. Non vorrebbe (e nemmeno noi lo vorremmo). Attirata dalle note, ha fatto capolino in classe e ha esordito: “Oh, orco di un orco assassino” che è la sua espressione più conosciuta per dire che è contenta, che le sta succedendo qualcosa di buono. Ed è anche uno dei suoi modi per ridare speranza e fiducia a chi le sta intorno. Molte e molti hanno riso. E gli altri? Speriamo che abbiano capito.

Maria Cristina Mecenero (insegnante)

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1 commento »

  1. Gentile Maestra Maria Cristina,
    molto bella la sua lettera, piena di veri sentimenti, dalla quale traspare la grande passione per il lavoro che fa. Fortunati i suoi alunni, che possono contare su una persona che da spazio alla loro improvvisazione e creatività ed è capace di ascoltare un disagio improvviso, tramutandolo in un momento di relax. E bello appare il rapporto con le sue colleghe, fatto di un’armonica collaborazione che rende ancora più chiaro il perché un ritorno al maestro unico sarebbe un passo indietro.
    Partendo infine dalle sue considerazioni sui disturbi specifici dell’apprendimento, mi permetto di fare alcuni commenti cercando di aggiungere un ulteriore spunto di riflessione alle domande che lei si sta ponendo: prima di tutto i bambini con un disturbo di questo tipo non sono affetti da nulla, semplicemente hanno una diversità neurobiologica, che li rende diversi nel modo di apprendere, in quanto il loro cervello non acquisisce gli automatismi nei processi di letto- scrittura. Con questi bambini (il cui QI è spesso superiore alla media) è necessario attivare delle misure compensative e dispensative, in grado di farli apprendere senza un dispendio di energie 10 volte superiore agli altri. Lei si domanda se definirli dis-qualcosa non sia discriminarli: io credo che invece sia aiutarli a non convincersi di essere stupidi rispetto agli altri e a non far arrivare la propria autostima sotto i tacchi. Non ci sarà alcun contraccolpo se arriverà una diagnosi che spiegherà loro perché fanno così fatica rispetto agli altri, se mai un contraccolpo ci sarà nei soggetti non diagnosticati le cui difficoltà aumenteranno di pari passo con l’impegno richiesto nelle classi successive.
    Un saluto cordiale
    Simona

    Commento di Simona — novembre 13, 2008 @ 10:12 am


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