Genitori Preoccupati Scuola Leonardo da Vinci

ottobre 26, 2008

Il dizionario italiano sotto il cuscino

Onorevole Cota, la invito, aiutato dalla seduzione
letteraria di Tahar Ben Jelloun, a mettersi nei panni di una
giovane persona che lascia il suo paese per andare a vivere
altrove. “A occhi bassi” racconta le vicende e i pensieri di
una pastorella berbera dell’Alto Atlante che arriva a Parigi
e piena di speranze finalmente va a scuola.

“Avevo undici anni, o li avrei avuti dopo poco. Volevo
essere grande, per affrontare la scuola e superare la
maggior parte dei bambini. Avevano con me un unico punto in
comune; erano in ritardo rispetto alla norma scolastica. Io
non ero nemmeno in ritardo, io ero a zero, venivo da
lontano, venivo da una alta montagna dove mai una sola
parola di francese era stata pronunciata. Se no, le pietre l’avrebbero
ricordata e io l’avrei imparata”.

Un pensiero fisso: lasciare la “class d’accueil”, la classe
degli stranieri che testimonia il ritardo e la separatezza,
e andare a scuola con i coetanei francesi. Per questo è
disposta a tutto.

“Spesso dormivo con il dizionario sotto al cuscino. Ero
persuasa che le parole di notte lo avrebbero attraversato
per venire a sistemarsi in caselle predisposte per metterle
in ordine. Le parole avrebbero così lasciato le pagine e
sarebbero venute a stamparsi nella mia testa.
. Una notte, tolto il guanciale, misi la testa direttamente
sul libro magico. Feci fatica ad addormentarmi”. Non era
comodo.

La sua mozione dimostra che lei sta facendo il suo lavoro di
deputato, accoglie cioè le richieste dei suoi elettori, tra
cui vi sono certamente anche insegnanti e genitori. Lei non
si inventa niente, lei però si serve di cattivi consiglieri,
pessimi.
Tutti noi insegnanti sogniamo che i nostri alunni apprendano
tutto quello che proponiamo loro e tutti allo stesso modo.
Ma non è così. La classe, anche senza gli alunni stranieri,
è già una comunità di diversi. Diversi per interessi,
intelligenze, talenti, modi di imparare.
Certi docenti, che oggi sono infastiditi dagli
extracomunitari e ieri lo erano dai disabili e prima ancora
dagli immigrati dal sud dell’Italia, vogliono degli alunni a
cui fare la stessa lezione, tutta uguale, senza perdere
tempo a preparare proposte differenziate, a parlare a
ciascuno. Sono pigri, ignoranti, e attribuiscono sempre ai
bambini e ai ragazzi le loro incapacità, i loro fallimenti
didattici. I peggiori. Toppo facile insegnare a chi impara
subito e lo avrebbe fatto anche senza di loro.
Che dire di alcuni genitori, di quelli che le hanno
manifestato la loro preoccupazione che i figli rimangano
indietro per colpa dei compagni stranieri che rallentano il
programma? Questi genitori li conosco. Accelerano ogni tappa
dei loro bambini, che sono costretti ad anticipare il loro
ingresso a scuola, che devono imparare almeno due lingue,
uno strumento, sport vari ecc. Dalla culla, alla
competizione del mercato.
Questi elettori esistono e lei li ascolta, anzi trasforma le
loro richieste in mozioni destinate, spero di no, a
diventare leggi, provvedimenti. Invece di ascoltare chi
insegna italiano come seconda lingua da anni, gli esperti di
glottodidattica (educazione linguistica) , di linguistica
acquisizionale (lo studio e la ricerca sui modi, i tempi,
gli stadi di acquisizione di una lingua diversa dalla lingua
madre), i pedagogisti che da anni si occupano di
inserimento.
“La via italiana per la scuola interculturale e per l’integrazione
degli alunni stranieri” è un documento elaborato da una
commissione di specialisti che da anni affrontano questi
temi e che hanno prestato gratuitamente la loro competenza
al fu Ministero della Pubblica Istruzione.
(http://www.pubblica .istruzione. it/news/2007/ allegati/ pubblicazione_ intercultura. pdf <https://webmailx.provincia.mi.it/exchweb/bin/redir.asp?URL=http://www.pubblica.istruzione.it/news/2007/allegati/pubblicazione_intercultura.pdf> ).
Presentato esattamente un anno fa, in un seminario dal
titolo significativo: “Scuola e immigrazione: strategie e
misure a confronto”, raccolse l’interesse e l’incoraggiamento
di esperti e funzionari ministeriali venuti da Francia,
Germania, Inghilterra, Spagna e Svezia, che riconoscevano
nel nuovo modello italiano una proposta illuminata e
lungimirante.

Insegnare in una prospettiva interculturale vuol dire
assumere la diversità come paradigma dell’identità stessa
della scuola, occasione privilegiata di apertura a tutte le
differenze.

Nessuno studioso, nessun docente competente potrebbe
condividere l’idea che le classi separate facilitano l’apprendimento
dell’italiano.
Ogni anno migliaia di ragazzi italiani partono per il Regno
Unito, per imparare l’inglese dove si parla. Le scuole
migliori, e anche le più costose, prevedono corsi di lingua
inseriti in summer camp dove si svolgono attività sportive e
pratiche insieme a parlanti nativi (gli inglesi
madrelingua) .
Perchè gli alunni venuti d’altrove devono imparare in un
luogo e in un tempo che li separa dai coetanei italiani?
Perché non possiamo offrire loro l’opportunità di corsi
intensivi in alcune ore della giornata scolastica? Corsi a
scalare, a seconda dei progressi o da incrementare, se ci
sono degli intoppi.
La via italiana esiste. La legga con attenzione e senza
pregiudizi. Ci hanno lavorato i più importanti esperti e
accademici italiani. E non sono solo parole, se si giudica
dagli stanziamenti del precedente ministro.

Voglio chiudere con la risposta di Randya (nome di
fantasia), una bambina di sei anni, con entrambi i genitori
non udenti, a chi le chiedeva come avesse fatto a imparare l’italiano:

Bè io camminavo da Esselunga, ho visto gli italiani, ho
sentito tutto e poi ho imparato bene e loro parlavano tanto
e poi guardavo la televisione, e poi a scuola i miei amici
che parlavano bene.

Rendiya è trilingue: lingua madre, la lingua dei segni;
seconda lingua, quella del suo paese d’origine; terza lingua
l’italiano, imparato spontaneamente in poco più di un mese.
Non tutti i bambini stranieri sono così veloci, né speciali,
sono bambini. Ci sono quelli che imparano per tentativi ed
errori, quelli che parlano solo quando sono sicuri, quelli
che non hanno attitudine per le lingue ecc. Bambini e
adolescenti destinati comunque ad essere bilingui e anche di
più, perché la malattia del monolinguismo affligge
particolarmente gli italiani.
In una cosa però sono diversi: conoscono due paesi e due
culture. Hanno attraversato “un ponte sospeso tra due mondi”
e imparato presto a fare confronti, a interrogarci.
Che cosa penserebbe Randya della sua mozione e dei suoi
test? Se ascoltasse questa piccola persona che ha la
responsabilità di fare da interprete ai suoi genitori, forse
potrebbe cambiare idea e chissà, ritirare quella proposta
incompetente e anacronistica.

Arcangela Mastromarco, insegnante di italiano lingua seconda
da 18 anni

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